Il lutto traumatico e la sua elaborazione
Il Lutto Traumatico e la sua elaborazione
Il lutto traumatico si differenzia dagli altri tipi di lutto per le cause che hanno portato alla morte della persona amata. Il lutto traumatico, è così denominato perché rappresenta il dolore per la perdita di un proprio caro avvenuta improvvisamente per cause esterne come: omicidi, suicidi, incidenti stradali, disastri naturali (De Leo, 2011).
La persona sperimenta un dolore che a causa delle circostanze della morte stessa (improvvisa e/o violenta) e a causa di come la persona esperisce questa perdita (il tipo di legame che il sopravvissuto aveva con la persona deceduta) dà luogo a sintomi associati al trauma. Nella “gravità” del trauma entra in gioco anche il legame che la persona aveva con il deceduto, più stretto era il legame (madre-figli, coniugi, fratello-sorella) più intrusivi si manifesteranno i sintomi del trauma associati al lutto, che si è compiuto in modo inaspettato, improvviso, quindi incidenti, disastri, catastrofi naturali, suicidio.
Nella condizione di lutto traumatico, anche per la mia esperienza, il setting rogersiano permette una libera esplorazione dei vissuti da parte dei clienti; tutto questo può accadere quando nella relazione il terapeuta crea quelle condizioni che garantiscono al cliente la libera e completa esplorazione di ogni porzione della sua esperienza, astenendosi da rassicurazioni come pure da valutazioni e giudizi, sostenendo il cliente nel suo viaggio dove incontrerà la sua angoscia e il suo dolore inconsolabile per poterli vedere, riconoscere, attraversare ed infine integrare; riducendo sensibilmente lo stato cronico di allarme e il senso di costante minaccia che egli avverte, e in conseguenza del quale evita e fugge da tali vissuti (Tremante 2003).
Il terapeuta ha già conosciuto le tante dimensioni di questo viaggiare e per questo «ha imparato a riconoscere i pericoli e sa come affrontarli; è anche un amico che quando la strada si fa difficile offrirà sostegno e farà coraggio» (Lowen, 1975, trad. it., p. 90).
Secondo Goleman (1995), il cervello umano sembra avere la facoltà di rendere sopportabile il dolore, diminuendo parallelamente la consapevolezza. Quello che noi definiamo dolore potrebbe essere non solo fisico, ma anche presentarsi sotto forma di sentimenti inaccettabili, ansia, stress, ingiurie alla propria autostima, segreti dolorosi o inconfessabili, fatti minacciosi o imbarazzanti divenuti parte della propria vita. Per questo credo che le condizioni, in cui il cliente possa nominare, esplorare con i suoi tempi e modi il dolore e la rabbia di un lutto traumatico, siano condizioni imprescindibili per riavvicinare il costrutto della morte all’individuo, con lo scopo, non solo di rendere la morte più sopportabile ma di reintegrarla nella sua esperienza.
Ecco come un cliente descrive la sua esperienza terapeutica: «Sentivo molto più profondamente di quanto possa descrivere che avevo raggiunto un punto molto lontano da qualsiasi cosa che io avessi mai conosciuto. […] C’erano disperazione, paura e dolore, molto più forti di quanto avessi sentito prima» (Rogers, 1951. trad. it., p. 75). La persona nel tempo matura non solo una maggiore sensibilità, recuperando la capacità di avvertire e riconoscere le sensazioni, così come le emozioni dando loro senso; ma anche una maggiore resistenza, la capacità di mantenere nel tempo il contatto con il sentimento pure se significativamente gravoso e difficile, come angoscia o dolore, in questo modo, il cliente sembra ripristinare e rafforzare le sue capacità di focalizzazione sull’esperienza, diventa più possibile guardare alla propria esperienza, riconoscendola ed integrandola, pure con i suoi contenuti di paura, panico disperazione.
Credo che nell’ approccio “centrato sulla Persona”, il processo terapeutico sia strettamente legato alla relazione. La terapia viene considerata prima di tutto, un incontro tra due persone, dove il terapeuta è mosso dal desiderio di conoscere l’altro nei termini il più possibile vicini a quelli con cui egli stesso si conosce, per cui ogni strategia, strumento, protocollo per quanto brillante ed efficace, è subordinato a questa dimensione (Vaccari, Zucconi, 2013). Fondamentale nell’elaborazione del lutto, dei vissuti che lo accompagnano, l’empatia, che è molto diversa e molto meno ansiogena dell’interpretazione perché ripropone al cliente, seppur in forma diversa, il suo stesso materiale i suoi vissuti, e dunque qualcosa di meno spaventoso e più controllabile, così che il cliente possa, con i suoi tempi, esplorare e integrare nell’esperienza tutti quei vissuti che riteneva spaventosi o inaccettabili.


