La parolaccia come antidolorifico
Parolacce, “ quando ci vo’ ci vo’”. Esistono momenti nella vita in cui le buone maniere e il bon ton possono essere messi da parte per far emergere i più bassi istinti verbali.
Un martello che scambia un pollice per un chiodo, un cassetto che si chiude inaspettatamente sulle mani, il pestone che risveglia il callo sopito: tutti attimi nei quali una “sana” parolaccia fa meglio di qualsiasi antidolorifico. Parola degli psicologi della Keele University`s School. Il potere dell`imprecazione risarcisce, almeno in parte, i sensi messi a dura prova dal piccolo trauma quotidiano.
Le prove scientifiche a favore della “turpiloquio-terapia” sono state pubblicate sulla rivista NeuroReport. Il gergo liberatorio è stato testato infatti dagli accademici su un gruppo di 64 volontari, forse anche un po` masochisti, sottoposti ad un esperimento rigoroso: immergere la mano all`interno di una vaschetta contenente acqua ghiacciata. Nella prima fase potevano dar sfogo alla fantasia linguistica e maledire la sofferenza a piacimento. Nella seconda fase dovevano contenersi e usare una parola neutra o comunque dal punto di vista psicologico per niente appagante. Misurati i tempi di reazione e la soglia fisica del dolore, gli specialisti hanno confermato che la parolaccia consentiva di resistere al dolore il 50% del tempo in più.
Si chiama “effetto di dimunizione del dolore” e per secoli, spiegano i ricercatori, ha avuto un suo sviluppo parallelo alle espressioni linguistiche umane. Questo perché urla, parolacce e affini “avrebbero origine nella parte destra del cervello, quella deputata al controllo degli stati emotivi, distinta dai centri del linguaggio, situati nell`emisfero sinistro”. Insomma, l`espressione di dolore tradotta in parole impronunciabili ha un`origine molto più radicale rispetto alle parole usate nelle normali conversazioni. Parole in libertà che curano, ma che come si dice per i medicinali sono da usare con cautela. Meglio ancora quando si è da soli.
