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Disturbi dell’infanzia e dell’adolescenza, News ed eventi

Autolesionismo (la volontà di ferirsi)

 

von_gierke-balthusAutolesionismo significa causare in modo intenzionale e ripetitivo un danno al proprio corpo, procurandosi ad esempio tagli (cutting), bruciature (burning), lividi, escoriazioni. L’obiettivo non è uccidersi, ma trovare sollievo da una sofferenza emotiva.

Tagli, bruciature e pratiche affini sono come se cancellassero le emozioni negative troppo intense da sopportare, soprattutto la rabbia, la tristezza, solitudine, o pensieri negativi riguardo se stessi, ad esempio il considerarsi dei buoni a nulla. Così, il dolore per essersi fatti male prende il posto di emozioni negative sgradevoli e difficili da sopportare. È come uno stop che dà sollievo, almeno per un po’.

Tagli, bruciature, ossa rotte parlano di un dolore che la persona non è in grado di elaborare o esprimere in modo costruttivo, su cui non riesce a riflettere senza esserne travolta.

È come se il corpo fosse un foglio su cui disegnare la propria sofferenza: la sofferenza psicologica diventa a volte talmente intensa che, non avendo parole adatte a dirla, l’unico modo per non esserne schiacciati e trovare un sollievo almeno provvisorio è esprimerla attraverso il corpo.

Incidenza Fenomeno

Le stime di questo fenomeno variano molto, poiché nella maggior parte dei casi gli atti di autolesionismo non suicidario non comportano la necessità di un ricovero per le ferite autoinflitte. L’autolesionismo non è un tentativo di uccidersi. L’obiettivo dell’autolesionismo non è morire e molte delle persone che si tagliano o si bruciano intenzionalmente dicono di farlo per sentirsi vivi, per sentirsi meglio, per avere sollievo da uno stato di confusione o tensione. Tuttavia, sebbene il tentativo di suicidio e l’autolesionismo siano due comportamenti differenti, chi ricorre all’autolesionismo può avere sintomi di depressione e idee suicidarie che vanno valutati con attenzione.

Nonostante le difficoltà nel valutare accuratamente le dimensioni del problema, si calcola che circa il 10% degli adolescenti abbia sperimentato almeno un atto di autolesionismo, talvolta in associazione con intenti suicidiari. Diversi studi mostrano inoltre che atti di autolesionismo in età adolescenziale sono più frequenti tra le femmine che tra i maschi. La fascia di età particolarmente a rischio per le femmine è dai 12 ai 15 anni: in questo range di età il rapporto di atti di autolesionismo tra femmine e maschi è di circa 5:1. Successivamente, dai 15 anni in poi, il rapporto di autolesionismo tra femmine e maschi si riduce progressivamente, e si assiste ad un graduale incremento della frequenza nei maschi e decremento nelle femmine. Non sono ancora noti i motivi per cui la frequenza di questi comportamenti aumenti o si riduca in alcune fasce d’età specifiche per maschi e femmine, tuttavia si ipotizza che il livello di sviluppo puberale svolga un ruolo fondamentale nella comparsa di disturbi della sfera emotivo-affettiva o nell’adozione di comportamenti a rischio. Gli adolescenti affetti da A. di mettere in atto questo tipo di comportamento per autopunirsi e per trovare sollievo quando sono sottoposti a una forte tensione emotiva, la tensione emotiva o situazioni di stress intollerabili attiverebbero la strategia del l’autolesionismo come forma di fronteggiamento alle difficoltà della vita.

Meccanismo dell’autolesionismo

L’autolesionismo sembra generarsi, come già accennato, da conflitti interni psico-emotivi. In tali conflitti si genera una forte tensione interiore, un malessere che può essere molto difficile da tollerare. Le forze opposte che si fronteggiano nella coscienza portano spesso a un blocco, che si accompagna a un senso di fallimento, rabbia verso sé stessi, sfiducia nella possibilità di superare quella situazione. A quel punto l’agito potrebbe essere un gesto contro sé stessi, magari non estremo come un tentativo di suicidio, ma un ferirsi per esempio, procurandosi piccole lesioni in parti del corpo non immediatamente visibili. Il significato di tali gesti rimane parzialmente incoscio all’autore dello stesso. Il vissuto di sofferenza è talmente forte che il soggetto non sopporta di esserne pienamente consapevole. Ma non è solo un conflitto l’unico vissuto che può portare a gesti autolesivi. Spesso ci sono sensi di colpa molto forti, disprezzo e rabbia verso sé stessi che si nutrono di una bassissima autostima, desideri profondi di punirsi e colpirsi.

Le funzioni del gesto autolesivo a questo punto sono diverse. Da un lato ferirsi serve per esprimere il proprio malessere, far si che possa essere visto e notato dall’esterno. Soprattutto in adolescenza, il tema del mostrarsi e del rendere visibile la propria sofferenza interiore è ricorrente. Certamente in questi casi si può leggere anche una richiesta di aiuto, talvolta semplicemente di attenzione: la sofferenza emotiva è connotata d’invisibilità, e questo può generare ulteriore malessere per la sensazione di non vederla considerata adeguatamente,  a meno che non si traduca in qualcosa di tangibile. La pelle, diventa un foglio bianco dove imprimere il senso della nostra identità, è il luogo in cui questo bisogno può trovare per eccellenza la propria soddisfazione.

 Un’altra funzione del gesto autolesivo è quella di sentire il corpo, proprio attraverso il dolore. E’ molto angosciante la sensazione di non percepire distintamente la propria corporeità: si tratta di stati di forte malessere quelli in cui questo avviene, spesso associati a momenti di stress emotivo intenso o in concomitanza con patologie di tipo psichiatrico. Oppure avviene in momenti di forte depressione, in cui il dolore è un modo per sentire di essere vivi, per percepire il proprio corpo come ancora dotato di vitalità e reattività.

Ci sono, infine, tante forme medio lievi legate allo scaricare semplicemente lo stress, attraverso gesti ripetuti e abituali, che portano però nel tempo a lesioni anche importanti. Penso, per esempio, a chi si strappa i capelli o a chi si gratta.

Sono fattori di Rischio

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La presenza di stati depressivi e l’uso/abuso di alcool o sostanze; essere stati vittime di abusi sessual; l’essere stati testimoni di atti autolesionistici, l’avere incertezze riguardo al proprio orientamento sessuale e l’aver subito atti di bullismo. Alcune ricerche hanno evidenziato delle caratteristiche che più frequentemente si trovano in chi attua questi comportamenti: uno spiccato perfezionismo, una bassa autostima, una marcata impulsività, difficoltà di socializzazione e una notevole difficoltà nella regolazione delle emozioni. Con quest’ultimo punto s’intendono persone che hanno repentini e significativi cambiamenti dell’umore, con la compresenza di emozioni forti e contrastanti che creano confusione e difficoltà di autogestione.

Trattamento dell’autolesionismo

Il trattamento dell’autolesionismo porta il terapeuta a intervenire e analizzare i conflitti interni del soggetto. Ogni caso va valutato nella sua unicità e seconda della gravità delle manifestazioni può essere presa in considerazione anche un supporto psicofarmacologico.

In generale la terapia avrà probabilmente come obiettivi il favorire una consapevolezza più ampia dei propri bisogni emotivi e l’identificazione di modalità più adattive di soddisfazione degli stessi. In più potrà centrarsi sul favorire una maggiore capacità di esprimere e di gestire la propria emotività, in un percorso di maturazione che possa portare ad acquisire competenze nuove e un senso d’identità più forte e solido.

 

 

27 Maggio 2015/da Dott.ssa Valentina Dorotoni
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